pianeta donna - malattie cardiovascolari
Le malattie
cardiovascolari, in particolare quelle su base
aterosclerotica, rappresentavano fino ad alcuni decenni
fa patologie più tipicamente riferibili al sesso
maschile.
l mondo occidentale, però, i mutamenti sociali,
l’emancipazione femminile ed il cambiamento degli stili
di vita hanno fatto sì che, ai giorni nostri,
l’ipertensione arteriosa, la cardiopatia coronarica, le
arteriopatie periferiche e lo scompenso cardiaco
costituiscano ormai anche per le donne un pesante
tributo alla modernizzazione, al benessere,
all’acquisizione di un ruolo di primo piano in ambito
lavorativo, politico e sociale. L’invecchiamento
generale della popolazione, specialmente femminile, ha
reso in particolare lo scompenso cardiaco un vero e
proprio problema sociale, per le sue numerose
implicazioni negative in termini sanitari, assistenziali
ed economici.
Lo scompenso cardiaco è una malattia tipica dell’età
avanzata: si calcola che la sua prevalenza all’interno
della popolazione anziana sia quasi del 10%. Esso
costituisce la causa più frequente di ricovero
ospedaliero nelle pazienti al di sopra dei 65 anni.
Lo scompenso cardiaco rappresenta il possibile esito
finale delle patologie cardiovascolari che direttamente
(come l’ischemia miocardia) o indirettamente (come
l’ipertensione arteriosa) danneggiano la funzione di
pompa ventricolare.
Si evince da ciò l’importanza di porre in atto
comportamenti virtuosi e di dimostrata efficacia in
ambito di prevenzione cardiovascolare, affinché le donne
possano assicurare al proprio cuore una buona
performance anche negli anni della terza età:
1) scrupoloso controllo della pressione arteriosa e dei
livelli ematici di colesterolo;
2) attenta terapia medica o chirurgica di una eventuale
insufficienza coronarica;
3) corretta igiene di vita (alimentazione moderata e
povera di grassi animali, eliminazione del fumo,
adeguata e regolare attività fisica).
In ambito cardiovascolare, un ruolo di particolare
rilievo per la loro frequenza nel sesso femminile è
rivestito sicuramente dalle Patologie tromboemboliche.
Le flebopatie varicose agli arti inferiori (spesso
riscontrabili nelle donne), le gravidanze, il parto e
l’uso di preparati estroprogestinici ne rappresentano
infatti importanti fattori predisponenti.
L’Embolia polmonare, legata alla frammentazione ed al
distacco di trombi venosi periferici, con conseguente
occlusione dei vasi polmonari, costituisce una seria
emergenza, gravata da elevata mortalità (si pensi ai non
rari decessi anche di giovani madri nel post-partum).
La diagnosi di tromboembolia polmonare non è sicuramente
agevole, se si considera che solo in un terzo dei casi
gli emboli riscontrati all’esame autoptico risultano
diagnosticati prima della morte.
Alcuni sintomi, in particolare, devono allertare il
medico ed innescare il sospetto di una embolia polmonare
(consentendo in tal modo una diagnosi ed un trattamento
precoci): il dolore trafittivo toracico, in particolare
di tipo pleuritico (accentuato cioè dagli atti del
respiro, per irritazione pleurica determinata
dall’infarto polmonare), la dispnea, la tachipnea, la
tosse con espettorato ematico rugginoso, la distensione
delle vene giugulari. Particolare attenzione va
prestata, nell’ambito delle patologie su base
tromboembolica, alla Sindrome da anticorpi
antifosfolipidi, assai tipica del sesso femminile.
Crediamo utile un approfondimento di tale malattia, in
quanto poco conosciuta sia dai medici che dalle
pazienti.
Gli anticorpi antifosfolipidi sono una famiglia di
autoanticorpi diretti contro fosfolipidi prevalentemente
di membrana.
Essi esercitano una azione procoagulante attraverso il
potenziamento dell’attivazione e della aggregazione
piastrinica e l’induzione di una aumentata espressione
di molecole proadesive sulla superficie delle cellule
endoteliali.
I principali anticorpi anti-fosfolipidi sono gli
Anticorpi del Lupus Anticoagulant (che, malgrado il loro
nome, sono associati clinicamente a fenomeni
tromboembolici anziché emorragici) e gli Anticorpi
anti-Cardiolipina.
La sindrome da anticorpi antifosfolipidi è una patologia
a carattere trombotico, la cui diagnosi richiede la
coesistenza di almeno un criterio clinico:
a) uno o più episodi di trombosi venosa, arteriosa o dei
piccoli vasi, in qualsiasi organo o tessuto;
b) uno o più aborti di feti normali durante o dopo la
decima settimana di gestazione;
c) tre o più aborti spontanei prima della decima
settimana di gestazione e di almeno un criterio
laboratoristico.
La sindrome da anticorpi antifosfolipidi può essere
primitiva (quando si presenta in pazienti senza
coesistenza di altre patologie autoimmuni) o secondaria
(quando si manifesta in soggetti affetti da altre
malattie, in particolare il lupus eritematoso
sistemico); tra i pazienti con lupus eritematoso
sistemico, il 12-30% presentano anticorpi
anticardiolipina e il 15-35% anticorpi del lupus
anticoagulante, sviluppando una sindrome clinica da
anticorpi antifosfolipidi nel 50-70% dei casi).
La sindrome da anticorpi antifosfolipidi è associata
clinicamente alla comparsa di tromboembolie venose (in
particolare agli arti inferiori), di trombosi arteriose
con conseguenti fenomeni ischemici (occlusioni
coronariche, occlusioni arteriose cerebrali con strokes
e transient ischemic attacks, occlusioni retiniche,
renali e/o pedidie), di trombosi microangiopatiche
sistemiche.
Le donne con sindrome da anticorpi antifosfolipidi
presentano una incidenza estremamente elevata di aborti,
in particolare nella fase fetale dello sviluppo (dieci o
più settimane di gestazione); si ricordi che nella
popolazione generale gli aborti hanno luogo più
comunemente nella fase preembrionaria (meno di sei
settimane di gestazione) o embrionaria (da sei a nove
settimane di gestazione).
La terapia della sindrome da anticorpi anti fosfolipidi
prevede l’utilizzo continuativo di farmaci
anticoagulanti orali (trattamento con warfarin di
intensità intermedia (– PT INR 2-2,9 – o elevata – PT
INR 3,0 o più) e, nelle pazienti gravide, di eparina a
basso peso molecolare, eventualmente associata ad
aspirina a basse dosi.
A proposito ancora delle patologie tromboemboliche,
merita un breve accenno anche il problema dell’Uso degli
anticoagulanti orali in gravidanza.
Durante la gestazione, gli anticoagulanti orali sono
controindicati per la loro potenziale teratogenicità
(difetti scheletrici come ipoplasia nasale, naso a
sella, bozza frontale; cataratta congenita; atrofia
ottica; ritardo mentale: il rischio di effetti
teratogeni sarebbe presente per tutto il primo trimestre
e massimo tra la sesta e la nona settimana di
gravidanza) e per il rischio di indurre emorragie fetali
(emorragie intracerebrali: il rischio sarebbe in
particolare elevato durante le ultime settimane di
gravidanza).
Per le donne in trattamento anticoagulante orale che
desiderino una gravidanza, si consigliano una corretta
informazione ed una attenta sorveglianza, con la
raccomandazione di una immediata esecuzione del test di
gravidanza in caso di ritardo mestruale.
Nelle donne che presentino un test di gravidanza
positivo, la terapia anticoagulante orale con warfarina
e acenocumarolo deve essere interrotta e sostituita da
una adeguata profilassi con eparina, che potrà essere
mantenuta per tutta la durata della gravidanza.
In alternativa alla terapia con eparina per tutta la
gravidanza, dopo il primo trimestre, nei casi a maggior
rischio (trombosi venose profonde, embolie polmonari,
protesi valvolari meccaniche), può essere ripresa la
terapia anticoagulante orale a bassa intensità (INR
2-2,5), da continuare fino alla trentaseiesima
settimana.
Dopo la trentaseiesima settimana è bene riprendere
comunque l’anticoagulazione con eparina, al fine di
ridurre il rischio di emorragie fetali.
In prossimità del travaglio, si consiglia sospendere la
terapia con eparina fino a dopo il parto;
successivamente andrà ripresa la terapia anticoagulante
orale. .